La Grande Fuga

escapeAscolto solo le ultime parole, “per non commettere un terribile errore che segnerà per sempre…” e spengo la tivù. L’identico, contemporaneo gesto compiuto certamente da altre migliaia di italiani, ormai quasi assuefatti ad ogni nefandezza ma che ogni tanto, purtroppo solo ogni tanto, sentono davvero colma la misura della sopportazione, delle forze, dello sdegno.

Ogni cosa, peraltro, è già stata detta, ogni commento già fatto ma, imperturbabile, una buona parte di elettorato dichiara, nelle intenzioni di voto, che sì, sceglierebbe lui, l’uomo senza pudore ed ancor più scarsa dignità.

Quindi, a nulla vale scandalizzarsi, stracciarsi le vesti, gridare allo scandalo: per incapacità altrui o per doti ipnotiche proprie, l’immarcescibile leader di una certa destra briga, preme, insulta: che sia la grazia da non chiedere ma da pretendere, che sia la revisione del processo, che siano i giudici corrotti fa apparire quale unica emergenza italiana il proprio, personale declino.

Purtroppo si, il declino di quest’uomo si potrebbe anche paragonare a quello del nostro paese o comunque a qualsiasi cosa si stia trascinando verso il tracollo definitivo. La verità è che siamo noi che stiamo crollando, proprio come sistema sociale; i vincoli finanziari imposti dall’Europa sono solo lo specchietto dove si riflette un’economia stagnante, incapace di sviluppo e di crescita, basata su linee produttive spesso superate e comunque mortificate da un fisco esoso, confuso e sterile.
Ma sui giornali si legge dei termini di decadenza da Senatore.

I lavoratori dipendenti contribuiscono per l’83% alle entrate fiscali, il residuo proviene dalle altre attività produttive: e quindi onesti professioni sti ed imprenditori sono spremuti mentre gli evasori continuano ad essere la maggioranza invisibile (e che forse professa le intenzioni di voto prima viste).
Ma in rete si leggono notizie sull’applicabilità della Grazia.

E poi ci sono le mafie, ben lontane dall’essere battute anzi, probabilmente dalle attività sempre più varie e fiorenti, e la corruzione, che intreccia criminalità organizzata e criminalità politica in un nodo che finora mostra ben poche crepe.
L’incapacità personale e collettiva nel governo dello stato, voluta o no che sia, è funzionale ad una contiguità fra classe dirigente e classe di controllo della finanza: in parole povere, chi comanda favorisce, protegge ed accoglie faccendieri che altrove sarebbero relegati al ruolo di arrampicatori sociali, quando non direttamente in galera.
Ma in tivù si parla di revisione del processo.

Il problema tutto nostro è che gli italiani non sono disposti, mai, a cedere su quelli che ritengono diritti e talvolta sono invece semplici pretese; e mai e poi mai se la contropartita è una non meglio precisata “collettività” che tradotto in italiano corrente significa nessuno.

Già, la collettività, il pubblico: parole che per noi non significano niente, finché non ci troviamo in gravi difficoltà, siano di tipo economico che, soprattutto, logistico: pretendiamo i soccorsi negli aeroporti chiusi per gelo, ma non siamo disposti a rimandare la partenza. Esigiamo la protezione civile più rapida ed efficiente d’Europa, ma non diamo neanche il consenso ad appoggiare una lampada solare sul muretto di nostra proprietà.

Quando tutto ci va bene, vorremmo uno stato liberista che non si intrometta nella nostra libera impresa; quando gli affari vanno male, è la collettività che con la Cassa integrazione deve rimediare agli errori di gestione. D’altra parte, è lo stesso Stato occhiuto e sospettoso che tratta i cittadini come sudditi e colpevoli a prescindere, e fino a prova (e più di una!) contraria.

Ma guardando un qualsiasi talk show, ascoltiamo per ore discorsi volti a difendere, assolvere, beatificare, un condannato in via definitiva.

Cosa ci resta, quindi, se non la fuga? Che si tratti di un’isola caraibica, del Messico o della più vicina Inghilterra, gli italiani si sono messi in viaggio. Ingegneri, chef, pizzaioli ed insegnanti: quasi ovunque ormai esiste una piccola, o grande, comunità di connazionali espatriati.
La parola nostalgia è bandita dai loro discorsi, talvoltà però questo sentimento serpeggia e i ricordi hanno la meglio sui progetti. Ma bastano quattro chiacchiere con un visitatore occasionale per consolarsi, o forse basta guardare un Telegiornale dove ci si sta occupando Del Processo per rimandare il rientro a tempi migliori, certamente futuri.

Tra l’altro, se come nazione in questo momento non siamo certo in gran spolvero, i nostri concittadini nel mondo fanno parlare sempre bene di sé: forse è vero che sono i migliori ad andarsene per primi.

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