Invidia all’italiana

imagesNon so se capita anche a voi, ma ogni volta che leggo un articolo particolarmente riuscito ed interessante penso: ma perché non è venuto in mente a me, di scriverlo? Oppure, perché non l’ho scritto io così?

Questo senso di eterna inadeguatezza deve avere a che fare con antichi complessi irrisolti e conflitti tuttora latenti, ma in buona sostanza può essere riassunto con un solo termine: invidia.

E’ l’invidia, bestia nera di tutti quanti noi, a salirci sulle spalle e farci sragionare proprio quando avremmo necessità di usare, e bene, il cervello: e ci assale all’improvviso, e non sempre, o non solo, quando guardiamo cose che vorremmo avere noi. Talvolta l’invidia si prova, come nel mio caso, per ciò che un’altra persona fa o scrive, talaltra sono le parole di ammirazione che vorremmo veder dedicate a noi. Sempre, però, l’invidia si prova per ciò che non abbiamo, che pensiamo di non avere o che abbiamo perso.

Questa tirata sopra uno dei più disdicevoli sentimenti che si possano provare è dovuta alla visione di un film appena uscito nelle sale, “L’ultima ruota del carro” di Giovanni Veronesi.
Il protagonista, Ernesto, è il classico “medioman”: mingherlino, un po’ timido, mite, attraversa 40 anni di storia italiana, e di vita, senza mai perdere l’onestà e la voglia di fare. Giacinto, l’amico maneggione e scafato, negli stessi anni riesce a sporcarsi le mani un bel po’ di più e non per disonestà od incostanza, semplicemente tentando di portare a casa, oltre alla pagnotta, anche una bella macchina, una ragazza vistosa e l’energia necessaria per godersi entrambe.
Quello che di solito si invidia agli altri, insomma.

Ma Ernesto no, non soffre vedendo quel che Giacinto via via conquista in maniera facile ed anche un po’ misteriosa; per lui tutto questo resta su di un altro piano: lui è felice di sua moglie, scelta a vent’anni, di suo figlio, che ad ogni compleanno snocciola la formazione aggiornata della Roma, ed anche, perché no, di un lavoro pesante che non sembra dargli grandi soddisfazioni. E quando si convince e ci prova, ad andare avanti, ad unirsi a quello che sembra un banchetto buono per tutti, a lui va male, forse chissà, porta pure un po’ sfiga: e deve stare bene attento a rientrare subito nei ranghi, a non fare il passo più lungo della gamba e a sfuggire all’inattesa piega degli eventi.

Come dargli torto, visto il bilancio finale della sua vita, ma anche: come fare, per essere così? Perché noi lo siamo, invidiosi, ed anche tanto: invidiamo le belle gambe della collega e l’attico elegante del capo; sbirciamo possibilmente senza farci beccare i prelevamenti al bancomat di chi ci precede, ma come faranno a prelevare così tanto. Invidiamo persino l’accanimento che porta il nostro miglior amico a passare un paio d’ore in palestra ogni sera, mentre noi cediamo al divano che ci aspetta, invitante, davanti alla tivù. E gli esempi potrebbero anche essere più illustri, e generalizzati: si può partire da Shakespeare con il suo teatro dell’invidia, per arrivare alla frustrazione da social network, dove chi posta belle notizie su di sé spesso, volutamente o no, scatena malessere e senso di inadeguatezza in chi legge.

Comunque dell’invidia, vero motore di questa Italietta strapaesana, e di altri poco nobili difetti nostrani, il film ci parla piacevolmente, intrecciandoli con la storia degli ultimi 40 anni di questa Repubblica, e di questo popolo, sempre più sull’orlo di una crisi di nervi. Grandissimo Elio Germano, sempre più bravo, e una buona prova per il regista Giovanni Veronesi che abbandona i manuali amorosi per confrontarsi con la migliore commedia all’italiana.
Che forse invidiava da tempo.

 

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