Dieci italiani per un tedesco

Tanto temponazisti fa, durante il mese di luglio, partii con i miei genitori per la Sicilia, alla ricerca della tomba di uno zio morto in guerra.

Non fu affatto una ricerca facile, come credeva mia madre: a Catania, luogo nel quale, le sembrava di ricordare, il fratello era caduto durante un bombardamento, nessuno sapeva niente. Provammo a chiedere un po’ in giro, ma tutti avevano ricordi vaghi ed espressione perplessa: iniziavo anche un po’ a dubitare che i nostri dati fossero giusti, ed immaginavo questo zio mai visto che fuggiva verso chissà quale mondo altrove, dove magari era ancora felice.

Ricordo che avevamo scritto su un pezzetto di carta da pane il nome della località dove c’era stato lo scoppio, e che per cavar fuori dalle labbra di mia nonna quei pochi elementi che conosceva avevamo faticato parecchio, perché non ne voleva mai parlare, di quel figlio perso a vent’anni.

Poi iniziammo ad avvicinare i vecchietti del posto che si ricordavano il bombardamento e ci raccontarono qualcosa, anche se riuscivamo a seguirli con fatica per via dell’accento molto marcato ( e loro certamente pensavano la stessa cosa del nostro) “ma chissà dov’erano finiti quei ragazzi”, dicevano.
Ci mandarono in un cimitero militare intorno a Siracusa ma no, i resti erano stati traslati altrove; alla fine ci ritrovammo ad Enna, in mezzo alle montagne, proprio durante la festa del paese.

Noi ci aggiravamo intorno al comune con il nostro bigliettino, trovando ovviamente tutto chiuso, finché qualcuno andò a chiamare a casa un impiegato, che finalmente trovò il nome dello zio in un elenco e ci indirizzo’ al Sacrario della città, chiuso anche quello. Ma ancora una persona gentile ci soccorse, ed una custode premurosa interruppe il pranzo della festa per venirci ad aprire, dimostrando la generosità e la straordinaria capacità di comprensione che i siciliani possiedono, e che a noi liguri sembra quasi miracolosa.

Poi gli occhi un po’ lucidi di mia madre, anche se di quel fratello scomparso ricordava pochissimo e forse solo i pianti straziati di mia nonna; la candela che volle accendere ed il modo brusco di voltarsi ed andar via “che tanto non serve mica a niente, l’ho fatto per la nonna”.

Ho ripensato a tutto questo leggendo della morte (a cento anni!) del boia nazista Priebke, dei suoi funerali sepolti dalle polemiche, delle frasi di misericordia e comprensione di chi crede che il perdono tutto possa aggiustare. Invece no, il perdono, il pentimento, non sono da tutti e per tutti: io non so perdonare chi ha compiuto azioni spaventose, e c’è chi ritiene del tutto ininfluente il fatto che questo criminale non abbia mai detto sono pentito.

Poi ho ricordato un’amica, ferma immobile davanti all’ingresso del campo di Birkenau che non riusciva a varcare, perché troppo forte il ricordo delle poche, stentate cose dette dal padre, che lì fu prigioniero per diversi mesi.

Tutto quello che la seconda guerra è stata, tutto ciò che i nazisti hanno fatto, è dentro di noi, assorbito con i tanti film, libri, ricordi che ci sono stati passati assieme al primo latte e che noi ancora passeremo ai nostri figli.

Cento anni aveva quest’uomo, se così vogliamo chiamarlo, e neanche settanta sono passati da quando Aushwitz fu liberata: troppo pochi per consegnare agli storici il giudizio, per esercitare la nobile arte del perdono.
Quello che resta sono i fatti, i gesti compiuti da un popolo che dimostra il proprio, eterno, imbarazzo ogni volta che il passato ritorna, e ricorda a tutti che quella volta lì il loro essere stati zelanti e scrupolosi esecutori di ogni ordine ricevuto non li ha messi affatto in posizione migliore.

Niente scuse quindi, e niente stupore se il rancore sembra ancora tanto o troppo forte: il dolore conta, e contano i ricordi che attraversano le generazioni contribuendo a farle diventare quello che sono.
Per non dimenticare, appunto.

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