Togliamo il disturbo

 

La-bottega-dei-suicidi-Poster01-wpcf_180x255Una primavera da spararsi, una crisi che uccide, un clima politico e sociale da coltelli: qualcuno evidentemente prende queste parole alla lettera, così ogni giorno leggiamo dell’artigiano che si è impiccato perché strozzato dai debiti, del disoccupato che si dà fuoco o del pensionato che si butta dalla finestra della casa che teme di veder sequestrata.

 

Un fenomeno in crescita che unisce l’Italia più di una partita della Nazionale: in prevalenza maschi, i membri di questo tragico club si trovano sia fra i sottoccupati del Sud sia fra gli operosi imprenditori del Nord-Est, passando per quasi tutte le regioni: ed ora vediamo come siano riduttive, banali ed insufficienti, queste categorie geografiche superate dalla crisi che morde tutti quanti.


A conferma di un disagio collettivo nettamente percepibile, abbiamo anche un’impennata nel consumo di antidepressivi: in pochi anni, il Belpaese scopre di avere una popolazione fragile, insicura, incapace di vedere il futuro.

Politicamente disastrati, socialmente disagiati, culturalmente impoveriti e personalmente frustrati: così appaiono oggi gli italiani, e probabilmente non stanno molto meglio gli altri cittadini comunitari, mentre l’unica ideologia che ci unisce è quella del pareggio di bilancio a tutti i costi, quell’austerity che tanto sta costando alle famiglie europee, specialmente a quelle dell’area mediterranea.


Ormai giunti al terzo anno di rincorsa frenetica al contenimento del deficit, di tagli alla spesa che non hanno guardato in faccia nessuno, e quindi hanno pesato specialmente sui più deboli, gli italiani sentono di essere ad un capolinea, psicologico se non economico.  Senza, tra l’altro, aver avuto le nette fasi di espansione di cui altri paesi avevano goduto in epoche relativamente recenti: noi siamo senza fieno in cascina ormai da un bel po’ di tempo.


Intanto sono sempre più numerosi gli economisti pesantemente critici nei confronti di queste rigide politiche di bilancio,  e persino l’autorevole premio Nobel americano Paul Krugman ha preso posizione, dichiarando pubblicamente che questo tipo di politica economica risulta sterile e peggiora la crisi anzichè contenerla. Ma i cittadini ormai sfiduciati non riescono più neanche ad organizzarsi per far fronte in qualche modo alle difficoltà, pur consci che non dureranno in eterno, anzi avvertono l’impotenza peggiore, quella di vivere, e non vedono affatto la fine del tunnel più volte prospettata dai finanzieri.

Ma davvero ci si uccide per la crisi, o non è piuttosto questa l’effetto di qualcosa di più ampio, morale prima che economico? Stando ai numeri, l’andamento della curva dei suicidi segue di pari passo il peggioramento dei conti pubblici, quindi si dovrebbe dire di si: il rapporto Osservasalute 2012, uscito a fine aprile, dava un aumento del 30-40% sui dati del 2006, mentre lo stesso incremento si rileva nel primo trimestre di quest’anno, rispetto al precedente.


In realtà, per spiegare questa completa e totale sfiducia nel domani la crisi economica non può bastare, anzi: in tempi difficili, caratterizzati da rivolte sociali, guerre, e in generale dalla battaglia per conquistare condizioni migliori di vita, solitamente il suicidio diminuisce drasticamente, anzichè aumentare.


Ma proprio qui sta il punto: quanto margine di lotta vediamo in questo momento storico? Quanto spazio di miglioramento, e quale sogno ci può aggregare a tal punto che i soldi per l’affitto, il lavoro stabile, la possibilità di prendersi cura di noi stessi passino in secondo piano?

Alcuni non ce la fanno, a premere l’interruttore e a togliere il disturbo: ma riescono a prendersela con gli altri, facendo o tentando di fare una strage. Persone come il semi clandestino Adam Kabobo che ha ucciso tre persone a colpi di piccone per le strade di Milano, o il disoccupato Luigi Preiti che ha maldestramente (ma davvero?) ferito in maniera gravissima un carabiniere già pesantemente colpito dalla vita per conto suo.

Vedovo da poco, con una figlia che ha dovuto interrompere gli studi per la morte della madre; come le tre vittime di Milano, persone che testardamente cercavano di fare della vita che era toccata loro qualcosa di buono, o comunque di renderla migliore, per quello che potevano.

Invece per molti non vale proprio la pena, di arrabattarsi per cavarsi fuori dai guai, per trovare un’occupazione che in qualche modo assomigli a quella che si sognava, per salvarsi dai debiti che strozzano. Ma si dovrebbe lavorare per vivere, non il contrario: da quando l’unica cosa che dà un senso alla vita è l’avere le tasche piene, anziché la cartella clinica vuota?

Purtroppo la depressione delle persone sempre meno viene presa in carico da operatori sociali e sanitari, che si ritrovano oberati da liste di pazienti tali da rendere molto complesso un contatto accurato e protratto. In questo senso l’abuso di psicofarmaci sarebbe un tentativo di abbreviare l’ospedalizzazione e facilitare il reinserimento nella comunità di chi spesso non è poi in grado di seguire autonomamente le cure. Questa sì, è certamente una conseguenza della crisi, così come è innegabile che, per chi resta, dare la colpa alle disagiate condizioni economiche rappresenta un modo per giustificare, e tentare di comprendere, qualcosa di spaventosamente doloroso e colpevolizzante.

Probabilmente non sarà con la fine della crisi, che i suicidi ed i raptus di follia disperata caleranno; ma verrà il tempo per ripensare questi anni, per collocare nella giusta posizione la nostra fame di avere, la solitudine che in questo modo vogliamo compensare, ed anche, perché no, assumerci delle responsabilità. Il mondo non si può cambiare, è vero, ma renderlo peggiore, questo lo sappiamo fare benissimo.

 

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