Ridere di chi

Dalle delusioni nasce la forza. Dalle sconfitte la rivincita. Dalla noia la voglia di cambiare.

E dalla semplice, ordinaria, banalissima nausea?
Cosa mai verrà fuori dal disgusto, dal tedio che ci provoca la quotidiana lettura di certe, tante, troppe notizie?

Non vorremmo più parlarne, anzi non vogliamo proprio farlo: ma intanto l’orda che tutto inghiotte si fa fuori anche l’ultima ondata nauseabonda, spazzola pure i resti appiccicati alle notizie di ieri e va avanti, sorda ai nostri lamenti, incurante del nostro disprezzo, disposta a tutto pur di leccare ancora dalla grande ciotola del potere, pur di assicurarsi gli ultimi resti di un banchetto pluri decennale.

Ma insomma, noi che al banchetto non abbiamo partecipato e si spera non vorremo partecipare mai: perché li lasciamo fare?
Perché li abbiamo lasciati fare, perché tuttora restiamo inerti a guardare?

Sì il disgusto, sì la noia, d’accordo la rabbia: ma non possiamo permettere ancora che altri entrino nelle nostre vite, sentendosi in diritto di dire a noi cosa dovremmo fare per arrivare a fine mese, lasciare che decidano loro se la nonna merita il ricovero o se il nostro bambino può avere un pediatra disponibile sempre.

Quello che non dobbiamo dimenticare è che, mentre a noi chiedono il conto di anni relativamente, molto relativamente facili, loro non sono disposti a fare neanche il più piccolo passo indietro, non sono disposti a rinunciare non dico alla ricchezza, ma neppure all’ostentazione di essa.

Gli esempi sono talmente tanti che è quasi faticoso citarne solo alcuni: consiglieri regionali che fissano residenze posticce in comuni remoti al solo scopo di incassare l’indennità di trasferta oltre al lauto stipendio; manager pubblici rimasti privi del proprio incarico ma pur sempre titolari di compensi nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro all’anno, per non parlare dei politici collezionisti di più cariche utili solo a rimpinguare la paghetta mensile. Si sa, stante le difficoltà che incontrano nel tirare fine mese con quei quattro soldi che pigliano, devono pur arrangiarsi in qualche modo.

Eppure anche scriverne, anche parlarne dà un tale senso di nausea misto ad impotenza che si potrebbe sospettare che pure questo sia calcolato, questo parlarne tanto per non parlarne più, per riportare entro breve tempo tutto al meraviglioso stato precedente.

Ma perché se persino Fiorito, nel proprio collegio, potrebbe contare su uno zoccolo duro di “elettori nonostante”, Tremonti non dovrebbe fondare con buone possibilità un proprio partito? Mentre stiamo a far le pulci al Suv di Renzi lasciamo sfilare in passerella la Minetti, permettiamo che Formigoni dica la sua dagli studi televisivi, ascoltiamo Bersani straparlare di una riforma elettorale che palesemente non vorrebbe veder nascere.

Gli studenti ritornano in piazza, unici susperstiti di un movimento scomparso fra le code di chi aspetta l’I Phone 5 e chi litiga per un pieno di benzina scontata. Vengono presi a manganellate, ma nessuno si indigna né tanto meno scende in piazza a difenderli; neppure la Fiom ha più energia o voglia di mettersi in gioco, e china la testa di fronte ai giochi di potere di chi sta al vertice, ed ha evidentemente ben altre priorità da tutelare: probabilmente le proprie.

Un quotidiano tedesco, il Frankfurter Allgemaine, ha scritto nei giorni scorsi che non c’è da aspettarsi niente di buono da un popolo che annovera fra i suoi il Comandante Schettino, che tollera i festini in costume di uno come Fiorito o il presidente del Bunga Bunga Berlusconi; la tesi era che se abbiamo espresso queste personalità, niente di buono verrà fuori da Mario Draghi, italiano alla guida della BCE, anzi: potrebbe fare dell’euro la Concordia (leggi: il naufragio) d’Europa.

Nel frattempo si è occupato di noi anche il Washington Post, che con il titolo “Italiani, una risata vi seppellirà” ha riportato spezzoni di un’intervista di Beppe Grillo e ha parlato del seguito che il comico ha in Italia, e del timore che incute ai politici europei specialmente per lo scetticismo nei confronti dell’Euro e della politica finanziaria imposta da Fmi, Banca Centrale e partner dell’Eurozona.

Sulla capacità, e sulla reale volontà, di cambiare da parte degli italiani si nutrono quindi dei forti dubbi, ventilando l’ipotesi che il nostro mondo sia fatto di tanta piccola corruzione che impedirebbe una reale pulizia ed un vero cambio di mentalità.

Ricordate però le parole di Elio Germano, vincitore a Cannes nel 2010: in mondovisione dedicò la vittoria a noi italiani, migliori della classe dirigente che era (è) al potere. Ebbe coraggio, fu appaludito e criticato per questo, ma vogliamo credere che disse il vero. Ebbene, potrebbe essere arrivato il momento di dimostrarlo, il momento di dire a tutto il mondo che sì, saremo il popolo di Fiorito e Schettino, ma la grande maggioranza sa di non meritarseli, gli Schettino i Fiorito e compagnia bella.

Certo, da qualche parte dobbiamo cominciare a ripartire, e per esempio potremmo ispirarci proprio agli studenti che si fanno manganellare: sfidando tutti, insieme a loro si potrebbe pacificamente impedire l’accesso ai palazzi dove ci sono i consigli comunali inquinati dalla mafia, le assemblee regionali decimate dagli avvisi di garanzia, le direzioni sanitarie dove si tagliano i letti ma non gli incarichi dirigenziali.

Non c’è molto da ridere adesso in Italia, ma c’è molto da fare e dobbiamo iniziare subito: altrimenti saremo sepolti da ben altro che da una semplice risata.

Bruna Taravello

 

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