C’era una volta Italia – Germania

C’era una volta ( e c’è ancora)  Italia – Germania.

Era un Giugno caldo, quello del 2012; un giugno che aveva sfoderato un’afa improvvisa dopo una sfilza di giornate cupe, uggiose, quasi freddine.

In Italia si discuteva, ancora una volta, di spesa pubblica e tagli al bilancio, ma quella volta si chiamava, chissà perché, spending review.

I partiti si stavano preparando con buon tempo alle elezioni che ci sarebbero state quasi un anno dopo, caso mai l’evento arrivasse inaspettato e li trovasse impreparati nel raccontare bugie agli elettori. Quindi si leggevano dichiarazioni quasi comiche di autocandidature ai vari dicasteri, pietose menzogne sulla possibilità di uscire dall’euro senza lasciarci neanche una piuma e appelli ad un buon senso che loro per primi avevano smarrito da anni.

Il tormentone dell’estate non era stato ancora deciso, ma proprio l’uscita dalla moneta europea sembrava in pole position, tallonata di misura dal dubbio ” vacanze si vacanze no” degli italiani impoveriti dalla prima rata dell’Imu e spaventati dallo spauracchio del default.

All’improvviso, in questo mese di stallo, mentre non si sapeva ancora quale sarebbe stata la canzone  dell’estate né se Belen faceva sul serio con Stefano (si chiamava così? … Chissà) esplose l’Italia.

No, non era a causa dell’eccessivo numero di protesi installate sotto cute alle bellone nostrane, e neanche si trattava della sana ribellione del popolo alle continue e contraddittorie notizie sul loro destino di eventuale e probabile  povertà. L’Italia che improvvisamente emergeva in quel torrido Giugno era, contro ogni cupa previsione, la nostra Nazionale.

Gli azzurri infatti dopo aver superato gli ottavi del Campionato Europeo per un pelo, con annessi sospetti preventivi di torte, biscotti e quant’altro, avevano finalmente gettato il cuore oltre l’ostacolo, dispiegando nel match contro l’Inghilterra un arsenale di fantasia, coraggio, determinazione di gioco e capacità di soffrire.

L’incontro era finito solo con i tiri dal dischetto, che ci avevano visto trionfare a pieno titolo: avevamo infatti sbagliato un grande numero di goal durante l’incontro, mentre gli inglesi si esibivano in un catenaccio degno di un Nereo Rocco d’annata.

Il risultato, festeggiato giustamente da tutto il paese, ci regalava la semifinale con la Germania: un classico dei classici delle nostre estati che ritornava, con tutto il seguito delle discussioni sulle differenze fra teutonici e latini a base di luoghi comuni e banalità varie.

Nelle  stesse ore, un vertice fra l’allora Presidente del Governo tecnico, Mario Monti, e gli altri premier europei ci vedeva in netta difficoltà, stretti fra i  “pigs” (Grecia,  Spagna e Portogallo: questi ultimi si sarebbero affrontati nell’altra semifinale) che chiedevano aiuto finanziario e i  Tedeschi rigidi sul no agli Eurobond ed estremamente diffidenti sulla nostra capacità di tener fede agli impegni assunti.

Avrebbe potuto, una partita di calcio, cambiare il corso delle cose? Una vittoria  o una sconfitta calcistica avrebbe in qualche modo avuto la possibilità di mutare l’atteggiamento della Germania, ammorbidendo una posizione di principio con un guizzo di imprevedibilità o l’accettazione di una percentuale di imponderabile?

Questa era la nuova, ed inedita, misura dell’incontro Italia Germania del 2012: una partita   di calcio che era lo scontro fra due popoli che da sempre si ammirano (per la capacità di saper vivere, per il gusto innato, per il lusso quotidiano fatto di piccole cose gli uni;  per la capacità di organizzarsi, per il senso del collettivo, per la disciplina mentale gli altri)  ma che si stimano poco (per l’inaffidabilità e la disorganizzazione gli uni, per la rigidità mentale ed il mai sopito spirito dittatoriale gli altri). Ma quell’anno c’era in gioco la vita dell’Europa, che i tedeschi volevano costruire a propria immagine e somiglianza mentre gli italiani pretendevano dai partner impegni prima di dare garanzie.

Il risultato? Chissà quale fu.
Tutto fu superato dall’imprevedibile, inaspettato corso della Storia.
Che ora aspetta il prossimo incontro.

Bruna Taravello

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