Paga tu che a me scappa da ridere

Tutto ed il contrario di tutto sembrava possibile, in quei giorni convulsi che precedettero la Grande Manovra: patrimoniali, blocco di stipendi e pensioni, tagli alle tredicesime e sovrattassa sugli abeti da addobbare. C’era chi pretendeva di saperla più lunga e attraversava il confine con i contanti nascosti nella scatola del pandoro, chi decideva di saldare tutti i debiti per farsi trovare il più povero possibile alla data fatidica, chi disponeva ricchi bonifici a favore degli zii di Germania.

E alla fine la Grande Manovra arrivò, in anticipo di un giorno come un Babbo Natale ansioso di finire prima il suo giro, lasciando dietro di sé una schiera di adulti delusi e infelici, convinti, giustamente o meno, di essere le uniche vittime di una partita truccata e già decisa altrove.

Lacrime e sangue, timone nella tempesta, crisi profonda e tempi cupi: tutte queste definizioni si agitavano mescolandosi nella stampa, si ripetevano in rete, echeggiavano nei bar, uscivano dalle televisioni.
Finalmente il paese sembrava aver capito che il momento era davvero cruciale, un popolo di allegri irresponsabili pronti ad esclamare in coro “è stato lui, mica io” erano consci che la posta in gioco poteva essere quella decisiva: o la svolta o la vita (grama).
Ma poi alla resa dei conti, mentre ancora si commentavano le lacrime (di commozione o di coccodrillo) di un ministro dal cuore tenero, si vide che no, non era una manovra per vecchi. Neanche per ricchi, tanto meno per giovani, insomma nessuno si riconosceva soddisfatto o quantomeno favorevolmente colpito dalle misure previste.

O meglio, nessuno aveva il coraggio di dirlo apertamente, ma insomma ci si aspettava che a pagare fossero gli altri. Gli altri, quelli di fuori. Insomma, l’equità sarebbe stata rispettata, se avessero battuto cassa all’indirizzo del vicino. E così chi aveva riportato capitali dall’estero si sentiva ingannato, e organizzava ricorsi e contattava associazioni di avvocati, mentre i produttori di auto e barche di grossa cilindrata ricordavano che dopo un anno, al massimo due,  quei beni avevano già perso metà del loro valore, e dunque che ingiustizia era tassarli? I titolari di pacchetti azionari, finora calcolati al valor nominale (spesso un centesimo, o al massimo un euro!) ora invece valorizzati al prezzo di mercato, d’improvviso vedevano la loro tassazione futura balzare alle stelle, quindi correvano a vendere frettolosamente e a basso prezzo titoli ben capitalizzati. Lo stesso dicasi per chi aveva case, magari modeste casette di campagna, colpite da rivalutazioni catastali che le tartassavano manco fossero appartamenti a Portofino; e proprio il piccolo, chiccosissimo comune ligure lanciava l’appello: se non si aboliranno, o ridurranno significativamente, le tasse sulle case di lusso il mercato immobiliare della vicina Costa Azzurra sarà l’unico ad esserne avvantaggiato!

Fin qui i privati cittadini, mentre gli imprenditori nostrani, usi ad essere liberisti in tempi di guadagni e statalisti nelle perdite vedevano un orizzonte più roseo fatto di riduzione dell’Irap ed incentivi consistenti in caso di assunzioni di donne e giovani under  35. Ammesso che riuscissero a resistere all’irresistibile tentazione di far semplicemente cassa sulle agevolazioni fiscali: erano pur sempre cittadini dello stesso paese, mica alieni atterrati per caso. Ad investire, eventualmente, poteva sempre pensarci la concorrenza, gli altri insomma.

Vista così, la Grande Manovra poteva sembrare quindi superflua, inefficace, al limite un pochino patetica. E poi davvero colpiva parecchia, troppa gente, anche quella che aveva già dato e dato e dato un altro po’.

Ma quando tutti riuscirono a convincersi che sì, loro pagavano ma gli altri pure, che c’era anche chi pagava di più e in ogni caso non sarebbe stato per sempre ci fu come un senso di sollievo generale che si impadronì degli abitanti di quello strano, splendido e  sconsolato Paese: forse sarebbe bastato a far rialzare la testa, o forse era solo l’inizio della Grande Guarigione.

Avevano in ogni caso il diritto di sperarci, e tutti quanti il dovere di crederci.

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