Gli Angeli

A camminarci in mezzo non ti par vero, gli angeli sono questi. Questi con la maglietta di Praha e della Heineken, questi con lo zaino su una spalla, questi con le guance arrossate e gli occhi brillanti.

E’ una bella faccia quella che mostra qui Genova, una bella faccia in mezzo al fango, al suono delle idropompe, al frastuono dei container riempiti di merce infangata.

E’ la faccia dei ragazzi che hanno mollato per qualche giorno i libri, la Playstation e l’adorato Facebook, che vedono solo quando si fermano dopo una mattinata a spalare, a sciacquare scaffali, a buttare detriti.

I negozianti e gli abitanti dei quartieri colpiti sono provati, duramente provati: ma questi giovani uomini e donne con le facce allegre che a gruppi di tre, di cinque, alcuni anche più numerosi si mettono a disposizione, sono l’antidoto ad un veleno che potrebbe arrivare al cuore, se non fermato da nessuno.

Genova ferita ancora una volta mostra la propria faccia migliore, la migliore gioventù di un paese che sembra solo per vecchi, e se i ragazzi le stanno dando tanto in termini di tempo, di disponibilità, di impegno civile anche la nostra città rende loro l’opportunità, merce rara di questi tempi, di sentirsi utili, di darsi un senso, una via.

Arrivano da tutta Genova ma anche da fuori, incontriamo padre e figlio di Celle Ligure, altri vengono da fuori comune; è stato un confluire spontaneo, nato un po’ sull’onda di quanto avevano fatto i genitori nel ’70 ed un po’ sull’emozione di vedere la propria città così profondamente ferita, a cui le morti di una coetanea e di due bambine hanno aggiunto lutto al lutto. Hanno mille e diverse ragioni per essere qui, ma se gli parli alla fine c’è un’unica motivazione: semplicemente, sentivano di doverlo fare.

Ad aiutare la gente di Borgo Incrociati, di Vernazzola, di Corso Sardegna non ci sono solo ventenni, sarebbe ingiusto dirlo: tutta la popolazione fa quanto può, chi con aiuti in denaro, chi mettendo attrezzature a disposizione, chi proprio spalando e lavando.

La solidarietà è contagiosa e chi si ritrova qui solo per dare una mano poi è inevitabilmente portato a fare di più, a darne anche due, di mani e a chiamare gli amici se queste non bastano.

Ma vedere loro, quelli che guardiamo in cagnesco quando a frotte entrano nelle pizzerie o salgono sugli autobus, quelli che perennemente accusiamo di menefreghismo e pigrizia genetica, correre avanti e indietro, darsi da fare e mettersi a disposizione è una bella storia che si vorrebbe raccontare, che si racconterà e che loro un giorno racconteranno.

Forse domani scompariranno, e dopodomani pian piano gli studi la scuola il motorino riprenderanno il sopravvento, come è giusto che sia: ma a tutti resteranno negli occhi e nel cuore la ventata di ottimismo, l’inguaribile buonumore che a vent’anni è doveroso avere, che a vent’anni è giusto regalare.

Un giorno sarà parte del loro passato, un’esperienza a cui attingere quando avranno per chissà quale motivo di nuovo una pala in mano, un’immagine da ricordare per noi, quando infastiditi li vedremo giocare ancora a pallone sulla spiaggia.

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