Genova – CinqueTerre Alluvione e Ritorno

La Liguria, le Cinque Terre, Monterosso non si meritavano questo.

Frasi come questa, giuste di per sé suonano quasi crudeli e ciniche. Ma chi è che si meriterebbe questo? Quale paese, comunità o quartiere può meritarsi un tale prezzo da pagare, che cosa si dovrebbe aver avuto, o aver dato, in cambio?

Secondo Maurizio Maggiani (link), lo scrittore spezzino che ha innescato per primo la polemica sul disastro “annunciato” nelle Cinque Terre e nel Parco del Fiume Magra lo scambio è stato semplice, basilare. Soldi, denaro in cambio di terreno: che vale oro, da queste parti.

Le Cinque Terre sono un pezzo di mondo del quale io mi sento parte: per tante estati, ogni giorno prendevo il treno da Spezia e andavo in spiaggia a Corniglia, oppure a Manarola o nei week end  a Monterosso. Attraversavo il villaggio abusivo che solo ora ha ottenuto l’autorizzazione a diventare un resort molto trendy o passavo sugli scogli dove è stato progettato di costruire la prima piscina delle Cinque Terre. La zona dove sorgerà, o sarebbe sorto, l’outlet del Parco invece no, non la frequentavo perché allora non disponevo di un’auto. E certo allora non era pensabile, non era proprio nelle corde di questo territorio diventare, da terra per pochi, la meta dei tanti che ora è.

Cosa può essere successo allora, la gente nel frattempo si è impigrita, il territorio si è imbastardito, gli abitanti sono diventati tutti fannulloni arricchiti? Sarebbe profondamente ingiusto dirlo, ma certamente qualcosa che ha rotto l’equilibrio c’è stato, e solo un cieco potrebbe non aver notato, già molti anni fa, la trasformazione del romantico ed insicuro sentiero dell’amore in passeggiata colorata dallo sponsor: utile per le comitive del 14 febbraio  e per gli americani dal gomito facile.

Non è stato che l’inizio: anni fa quando mi trovavo all’estero e cercavo di spiegare da dove venissi, parlavo sempre delle Cinque Terre,  che erano sconosciute ai più: Five Lands traducevo, cercando un appiglio per  farne memorizzare il nome.
Ora quasi tutti conoscono questi posti e se anche gli stranieri non sanno precisamente dove localizzarli, le immagini con gli scorci più belli sono note e presenti nelle riviste di viaggio di tutto il mondo: nessuno si stupisce se ne sente elencare le bellezze.

Ma gli abitanti non si devono offendere se pensiamo che avrebbero potuto essere più cauti nel maneggiare il tesoro che si sono ritrovati sotto i piedi.
Più cauti nello scegliersi i politici che li rappresentassero (in questo, sono in buona compagnia!) più cauti nell’approvare Piani solo apparentemente dedicati a loro, in realtà dedicati a riempire le tasche del furbetto di turno. E più cauti nell’accettare tagli e ferite al loro territorio, ai boschi, alle fasce in nome del lavoro, dello sviluppo o del futuro.

Ma in queste ore, mentre per la seconda volta in una settimana si stanno evacuando i paesini più a rischio, mentre si seppelliscono i morti e si scava ancora nel fango anche Genova è stata pesantemente colpita: un disastro di proporzioni storiche, con sei morti e alcuni dispersi.
Ha un senso ora parlare di responsabilità, di colpe, di cause? Fino a che il dolore è fresco, è forte, brucia dentro si rischia forse di essere ingiusti, di essere cinici o emotivi.
L’intervento molto criticato di Maggiani era infatti forse inopportuno come tempistica, perché immediatamente successivo al disastro, e sicuramente impregnato della fortissima emozione con cui lui, profondamente legato alla sua terra, deve aver vissuto gli eventi. Ma purtroppo non sbagliato nella sostanza.

Il tempo delle polemiche deve essere circoscritto e portare a riflessioni che a loro volta producano decisioni e, se possibile, soluzioni e rimedi. Ma noi italiani, noi  abitanti delle colline e delle coste, dei paesi in riva ai laghi e dei villaggi di montagna, delle città d’arte e di quelle industriali dobbiamo finalmente prenderci delle responsabilità, scegliere e farci carico delle conseguenze.

Decidere se davvero si vuole lasciare ai nostri figli e nipoti un patrimonio fatto di coste, di bellezze, di luoghi da vivere e, perchè no, di luoghi di cui vivere. Ma di cui vivere tutti, sapendo che è possibile anche se costa fatica, che è possibile anche se non è la scelta più facile, che è possibile anche se altre scelte potrebbero essere più profittevoli. Oppure  sfruttare il territorio per quello che riesce a darci e farlo il più intensamente possibile per massimizzarne i profitti, sapendo che  il miglior lascito per figli e nipoti sarà un patrimonio da spendere nel modo preferito, anche fuggendo alle Seychelles, sempre per citare Maggiani.

In ogni caso dobbiamo sapere che la nostra presenza ad impatto zero non è e non può essere, ma c’è una bella differenza fra l’utilizzo indiscriminato di qualsiasi risorsa naturale senza pensare né prevedere le inevitabili conseguenze, e uno sfruttamento attento che mantenga alta l’attenzione sugli effetti indesiderati che l’intervento  dell’uomo inevitabilmente avrà.

Noi al momento  abbiamo fatto la non scelta di arraffare quanto si poteva dalle città, costruendo lungo pendii di cui fingiamo di ignorare la natura collinare, cementifichiamo e copriamo torrenti sperando sempre nel bel tempo e nella pioggia sottile e garbata, e in ogni caso il greto di quei torrenti non sarà mai ripulito da rovi cespugli e sterpi, anzi in qualche caso provvederemo noi stessi a peggiorarli, scaricando nei pressi materassi, frigoriferi rotti, lavandini e i detriti delle nostre ristrutturazioni.

Autorità pubbliche quindi incolpevoli e cittadini incoscienti e irresponsabili? In realtà  il concorso di colpa degli abitanti non scagiona certamente i nostri politici; questi disastri in Liguria potrebbero essere solo i primi effetti, insieme a Pompei che crolla e alla Sicilia in ginocchio, di un pressoché totale azzeramento del fondi di bilancio per il Ministero dell’Ambiente. La Prestigiacomo però solo ora si fa debolmente sentire, ma non ha certo ritenuto di far mancare il proprio appoggio al Governo che l’ha nominata. A cascata, dopo il Governo ed il Ministro, ci sono le responsabilità degli amministratori locali, che certamente avranno la scusante dei fondi quasi inesistenti, ma che della normale, ordinaria manutenzione dovrebbero farsi rigorosi e principali custodi, ben sapendo le particolari difficoltà e le insidie che il territorio da loro (mal)governato nasconde, specialmente dal punto di vista idrogeologico.

Ora inchiodiamoli alle loro responsabilità, effettivamente innegabili, ma chiediamoci dove eravamo noi, mentre subivamo una finanziaria, quella dello scorso anno, che di fatto toglieva autonomia e possibilità di spesa agli Enti Locali e abbiamo fatto sentire solo deboli proteste, e solo da una parte del Sindacato, neanche  da tutto. Noi cerchiamo di ricordarci che se compriamo appartamenti su lottizzazioni  in collina poi non abbiamo molto titolo per impedirne altri, se pensiamo che la prima cosa che conta nella nostra vita  sono le cose che abbiamo, non possiamo poi lamentarci se per averle dobbiamo accettare di vivere sempre più oppressi dal bisogno di denaro.

Il nostro mondo in realtà potrebbe accettare di avere meno, potrebbe scegliere uno sviluppo rallentato e più slow, ma non dovrebbe accettare che manchino i soldi per ripulire i greti dei fiumi, per mettere in sicurezza i pendii dei monti quando si costruisce al di sopra. Non è morale permettere che ci si racconti che mancano i soldi per l’ordinaria manutenzione, e però si possano poi pretendere, ed ottenere ovviamente,  i fondi quando il disastro è avvenuto, e si devono  sgombrare centinaia e centinaia di auto accatastate, quando si deve blindare una città per contare i morti, per cercare i dispersi.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Gli italiani talvolta non arrivano al dito, si soffermano sul braccio, sbirciano l’ombelico.  Facciamo uno sforzo tutti insieme, alziamo gli occhi una volta tanto dal nostro e dall’altrui ombelico. Fuori c’è ancora il mondo, e potrebbe non resistere a lungo.

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