California

Le notizie di proteste nell’America che ha appena ricordato il decimo anniversario dell’11 Settembre non sono certo una notizia banale.  Anzi, sono una sorprendente novità: ventenni che, come a Londra, al Cairo e a Tunisi chiedono più giustizia, chiedono  di partecipare al loro futuro. Da queste parti non si vedevano dalla “summer of love” di San Francisco  nel ‘67.

Ma se nel Nord Africa la protesta è soprattutto politica, dovuta a situazioni di pesanti limitazioni dei diritti democratici sotto regimi che di democratico hanno ben poco, qui nasce invece dal rifiuto di un sistema economico che non è stato in grado di proteggere le classi deboli che, anzi, hanno dovuto finanziarlo attraverso tasse e tagli sociali.

Una vacanza in California e a New York che è terminata da poco mi fa riflettere su quello che ho visto e su quanto sia davvero inaspettata una protesta di questo tipo.

Com’è la California? Com’è l’America? Ci si sente sempre chiedere. Già, com’è. Semplicemente bella. Bella e grande e bella, e sarebbe già una risposta.

Ma non basta, ed anche per gli occhi di un turista incantato e distratto c’è di più, oltre alla grandezza e al paesaggio.

Intanto questa grandezza non è solo fisica, anche se l’ipertrofia è senz’altro la cifra stilistica di questa parte del mondo. Grandi  sono i giganteschi trucks che attraversano gli stati con le cromature luccicanti e i bulloni a vista, grandi sono i pick-up che segnano regolarmente il passaggio dalla città alla campagna (nei centri urbani sono sostituiti da altrettanto giganteschi Suv), grandi sono i supermercati di paesi apparentemente dimenticati dal mondo, che vendono enormi barattoli di gelato o di sciroppo dolce.

Aspettatevi quindi di trarne un concetto assai più relativo, rispetto a quanto avete coltivato finora, per le distanze e le dimensioni. La bistecca, il vasetto di yogurt  o la lontananza dei negozi da casa vostra improvvisamente vi sembreranno grandezze ragionevoli, decisamente affrontabili.

Ma come dicevo, non è solo questione di dimensioni fisicamente significative. In questa parte dell’America che ho visto, la grandezza nelle cose è solo un riflesso dello spazio mentale che si apre, dilatato, nella testa di un italiano medio alle prese con muffin, motel, milk bar e poliziotti solerti.

Ed un grande spazio, nei supermercati di merce varia, lo occupa spesso  il bancone delle armi che espone in bella vista pistole e fucili di precisione, a portata di mano anche se raggiungibili solo attraverso l’assistenza del commesso. Per noi, abituati a vedere nelle armerie un porto franco per cacciatori e tiratori scelti e non certo un semplice reparto a disposizione di chiunque, entrare in un negozio per comprare una borsa frigo e scoprire la possibilità di uscire con un fucile di precisione è in qualche modo uno choc. Confesso che la tentazione di provare ad acquistarne uno, anche solo per vedere i controlli che avrebbero eventualmente fatto, era decisamente molto forte. Pochi giorni dopo ho visto, appiccicato al vetro dell’auto in coda davanti a me, un adesivo che recitava: ” Lasciatemi i miei soldi, la mia libertà ed il mio fucile. Voi prendetevi pure il vostro Cambiamento” .

Il fucile è quindi elemento essenziale del loro concetto di libertà, a quanto pare. Liberi di potersi difendere, liberi di poter cacciare nei loro spazi sterminati come facevano gli avi e comunque liberi di fare un po’ quello che si vuole, se non espressamente vietato. Sull’auto si può portare un carico enorme, purché non si esageri con la velocità (ma i camion avranno dei permessi speciali? Sfrecciano ben al di sopra dei limiti!)

Il giorno del Labor Day, che cade il primo lunedì di settembre, una specie di esodo dalle città verso camping decisamente spartani, e soprattutto non illuminati, mostrava file e file di veicoli che trasportavano  improbabili  ed improponibili (per noi) carichi di canne da pesca, scooter d’acqua, barche e gommoni assemblati su camper  dalle dimensione simili a quelle di un Tir.

I più sedentari si fermavano poi in lunghe, ordinate file lungo quelle spiagge meravigliose a rispettosa distanza l’uno dall’altro, illuminando il tramonto con una sterminata teoria di veicoli bianchi o cromati ma sempre luccicanti e dotati ognuno di fuoco emesso dal barbecue d’ordinanza.

Chissà quanti di loro avevano, appeso ad un gancio, il fucile che li fa sentire così liberi. E chissà se liberi si sentivano davvero, intruppati davanti al Pacifico a fare l’identica cosa delle altre centinaia di campeggiatori che avevano davanti e dietro.

Diciamo che il conformismo da queste parti non sembra un disvalore, e che anzi si cerca di far rientrare ogni comportamento all’interno di griglie che ne prevedano, o ne prevengano, le conseguenze. Gli scostamenti, anche su cose di piccola o nulla importanza non sono ben visti, e scatenano l’immediata diffidenza in persone che da ogni altro punto di vista appaiono cordiali e desiderose di fare amicizia.  Ad esempio, il fatto che io cercassi di acquistare un cellulare senza il corrispettivo pacchetto di traffico a prezzo fisso non solo si è rivelato uno sforzo inutile, ma mi ha anche fruttato ben più di un’occhiata insospettita.

Un’altra occasione di condivisione del tempo libero che in realtà è molto canalizzata sono gli incontri sportivi: in un gelido Candlestick Park, dov’era in programma Cal Bears vs Fresno State il pubblico (oltre 40mila persone) non aveva fretta di vedere l’incontro, entrava ed usciva allegramente dalle gradinate, ma si impegnava disciplinatamente in lunghe code per riempire giganteschi vassoi di cibarie assortite che neanche la cena dalla zia è paragonabile,  ed enormi boccali di coca e birra.

A tenerli buoni bastava qualche agente di polizia, un  addetto di settore e le enormi derrate alimentari . Inevitabile il confronto con i nostri stadi dove arrivi almeno un’ora prima, spesso scortato dalla polizia, al bar strappi a stento un toast od una piadina sempre che non siano già terminate,  ed in ogni caso non te ne importa granché  del contorno, ma non stacchi gli occhi dal match. Qui sembrava accadere esattamente il contrario, ma la distrazione causata dal bisogno di consumare si può definire una costante di questo popolo.

Per non sentirci completamente dei  pesci fuor d’acqua abbiamo provato a consumare anche noi, nascondendoci  dietro un enorme sacchetto di pop corn, che conteneva probabilmente la stessa quantità di prodotto che da noi si smercia in una giornata di sole al luna park.

Questo bisogno impellente di avere, di introitare cibo, bevande e notizie (anche sul taxi il video ti ripete incessanti messaggi e notiziari) sono parte di quelle che per noi europei ( e negli States non si riconoscono  gli italiani, ma gli europei, infatti tedeschi a parte siamo diventati molto più simili di qualche anno fa a francesi, spagnoli, portoghesi) sono manifestazioni  di criticità del sistema, e comunque decisamente fastidiose se non intollerabili. L’ incitamento al consumo sempre e comunque, ottenuto attraverso forti sconti sull’acquisto delle quantità successive alla prima, lo shopping  onnipresente anche adattando gli interni delle case natali di grandi artisti, l’abitudine dei Visitors Centre di scattare la foto all’ingresso dei musei per poi rivenderla all’uscita  come se si fosse a Gardaland ha un costo sociale oltre che economico.

Infatti,  non appena si perde, o diminuisce,  il potere di acquisto ci si sente sperduti, privi di identità, spogliati dei più elementari diritti.

Questo, che è comunque un trauma per qualsiasi essere umano, per i cittadini americani diventa una specie di tragedia: sono talmente solerti nel mettere mano al portafogli, anche per oggetti, servizi o alimenti che sicuramente dimenticheranno dopo un paio d’ore che sembrano quasi compulsivi in questa identità di cittadini consumatori.

Bene, agli occhi di un visitatore straniero questa trasfigurazione dell’individuo in consumatore non è che uno, e neanche il peggiore, aspetto del sistema. Le persone  sono infatti generose nel fare la carità, nell’aiutare chi ha bisogno, ma non viene tenuto all’interno dell’organizzazione sociale chi non ne ha le forze, chi non ha la capacità di accettare le regole del gioco oppure perde in qualche modo la propria capacità produttiva, o non è in grado di sfruttarla adeguatamente.  Così, notare i senza tetto nascosti sotto i piloni dell’autostrada a Las Vegas, i mendicanti scavalcati in mezzo al marciapiede o vedere i messicani che coltivano i campi dell’entroterra mentre i ricchi fanno jogging sulla costa e vivono nell’opulenza per noi è un riflesso quasi automatico, mentre per loro è solo una delle espressioni, alla peggio una delle conseguenze, della loro libertà.

Ma proprio per colpa, o merito, di questi ventenni che non ci stanno, e che non hanno gli occhi fissi sui cartellini dei prezzi il sistema potrebbe svelare il lato debole, la necessità del consenso per potersi perpetuare e sopravvivere alle proprie crisi.

 

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