L’estate del nostro scontento

I referendum, le elezioni, il ballottaggio. La fine del campionato, i play-off, i progetti per le vacanze.

L’emergenza rifiuti (ancora!) l’epidemia da batterio killer, la primavera araba ed il  calcioscommesse.

In mezzo a tutto questo, frastornati fra ripetuti annunci di nuove, definitive apocalissi e le piccole e grandi urgenze che le stagioni ci impongono ci siamo noi, uomini e donne che attraversano la strada cercando di non farsi male, a volte tentando di capire, di partecipare e perché no, di influire sul corso degli eventi. Ma, persi dentro piccole vite che sembrano ancora più minuscole in un mondo sempre più dilatato, ci sentiamo isolati e spesso in balia di attacchi che non siamo in grado di decodificare: e la notizia di una nuova, inedita aggressività che permea ogni rapporto non ci coglie impreparati: noi lo sapevamo già.

Il Censis ha infatti presentato una ricerca sui costumi (aggressivi) degli italiani che sarebbe sconcertante per chiunque avesse fatto un viaggio (lungo diciamo una decina d’anni) all’estero senza occuparsi del nostro paese; ma per noi che qui stiamo non si tratta di una sorpresa, già da tempo avevamo avuto questa percezione: gli italiani si sono incarogniti.

Un po’ di cifre tanto per capire: in Italia negli ultimi 5 anni le ingiurie e le minacce sono aumentate del 35,3%, lesioni e percosse del 26,5% e i reati sessuali “solo” del 20%. Gli abitanti delle grandi città ritengono, per il 61,3%, che difendersi dai prepotenti usando le stesse armi sia ammesso; in buona sintesi l’85,5% ritiene di dover rispondere solo a sé stesso e alla propria coscienza, mentre trasgredire le regole viene considerato, da quasi metà della popolazione, necessario quando non divertente. E il fatto di essere o meno credenti sposta di poco le percentuali: anche per il 63,5% dei cattolici è sufficiente rispondere solo alla propria coscienza.

Tutto questo anelito ad essere liberi di fare i propri comodi purché la coscienza non rimorda evidentemente non produce altrettanta felicità, se il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato rispetto al 2001 e la cocaina, la droga  che dà la carica ma anche, guarda un po’, parecchia aggressività è l’unico stupefacente il cui consumo è in costante crescita. D’altra parte, se la principale causa di morte fra le giovani dai 12 ai 25 anni è l’anoressia il segnale di un’infelicità naenche troppo latente è chiaro.

Prepotenti, sgarbati, litigiosi e depressi: non proprio il ritratto confortante di un popolo che quest’anno festeggia i 150 anni della propria identità nazionale.

Individualisti, quello lo siamo sempre stati ed il nostro senso della collettività coincide solo con due dimensioni: o una cosa è di tutti, quindi anche nostra, quindi possiamo tranquillamente appropriarcene oppure non è di nessuno e la distruggiamo senza rimpianti. Diciamo che la terza dimensione, quella della cosa pubblica condivisa e rispettata perché un po’ ci appartiene, manca proprio.

Ora però a quanto pare degli altri non ce ne importa proprio più niente: contano solo i nostri affetti, il nostro mondo, e tutto quello che ne è al di fuori semplicemente non esiste. Un’apertura al mondo che si ferma sulla soglia di casa, ebbe a dire qualche anno fa Beppe Grillo: e questo proprio quando, con il massiccio uso dei social network gli italiani sembrerebbero disponibili ad ampliare i propri orizzonti. E invece no, a quanto pare i nuovi media servono soprattutto a sostituire le insoddisfacenti relazioni reali con un approccio virtuale dove ci si può reinventare un’identità, un profilo, un posto nel mondo. Non a cercare una  differente visione delle cose, ma a strillare la propria.
Certamente una depressione così trasversale ha anche altre spiegazioni: la crisi economica morde e l’insicurezza sociale, spesso cavalcata dai nostri politici, altrettanto aggressivi, depressi e narcisi di noi, gioca un ruolo fondamentale. Ma non può bastare, se è vero che altre nazioni hanno, in questo momento, problemi anche più pressanti dei nostri; ma noi siamo quelli che si guardano un film proiettato a rovescio (è successo a Bologna, per una settimana, con L’albero della vita di Malick) e neanche si mettono a fischiare contro l’operatore, anzi: applausi al termine, come se niente fosse.

Conformisti, quindi: vogliamo essere tutti belli, giovani  e anche intelligenti. Rassegnati forse: la politica ci sembra un inutile esercizio se non è mirata all’arricchimento personale. Se sospettiamo che i nostri ragazzi coltivino sogni o ideali, ci impegniamo con caparbietà nell’opera di sradicamento: che diamine, non abbiamo mica più esperienza per niente.

Ma allora, in questa che si appresta ad essere l’estate del nostro scontento noi italiani potremmo anche svoltare: partecipare alla vita pubblica, regalarci un’idea da sostenere, litigare per questioni ideologiche. Forse, chissà, potremmo anche raggiungere il quorum ai referendum.

Bruna Taravello

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Una risposta a L’estate del nostro scontento

  1. Vito scrive:

    Bellissimo articolo…forse il più bello… di una bravissima giornalista.

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